Tutta colpa della Cri

Tutta colpa della Cri, che mi ha convinto ad affliggervi con i miei racconti oltre che con le mie “poesie”. Lei dice che sono anche più belli…a voi giudicare!io me ne vergogno un po’ e magari li toglierò…vedremo…

Sull’acqua

Un piede davanti all’altro davanti all’altro davanti all’altro…
La pianta un po’ larga dei piedi sporgeva ai lati dello stretto bordo del ponte sul lago.
La prima volta…la prima volta che mi hanno insegnato a camminare…chissà perchè non riesco a ricordarlo. Sarebbe un po’ come ricordare la prima volta che ho respirato.
Continuò a camminare sul bordo rialzato di quel basso ponte che conosceva da così tanto. Si chinò per specchiarsi nell’acqua quasi ferma.
Il lungo collo sottile. La bocca, con il labbro superiore increspato dalla smorfia che la caratterizzava da sempre. Gli occhi. Grandi e sempre pronti a prestar fede a quella increspatura un po’ beffarda.
Strano. Mi guardo mille volte allo specchio…ma quando mi osservo da qui, così rovesciata, mi sembra di essere un’altra…se la mamma sapesse che sto di nuovo camminando in bilico mi ucciderebbe…o forse no…forse si ucciderebbe…
Le spalle ossute erano un po’ rialzate a causa della posizione strana assunta per specchiarsi meglio. La luce filtrava attraverso le foglie dei fitti alberi. Sui sassi bianchi erano sparsi i suoi vestiti, ben stesi perchè il sole li colpisse completamente e li scaldasse. La luce filtrava ed assumeva quello strano colore da favola, tingendo di un lieve color verde le sue spalle e i suoi capelli.
Ah! pensa…pensa se adesso mi spuntassero delle belle ali colorate…le vorrei azzurre e lilla…potrei volare via, verso il cielo…chissà poi quanta gente che ha avuto la stessa idea incontrerei…tutti quanti, insieme, nudi, a volare nel bel mezzo del cielo…Nel blu dipinto di blu, FELICE di stare lassù…
Si rialzò è ricominciò a camminare, azzardando qualche passo di danza. Usava le lunghe dita dei piedi come appiglio. Intanto canticchiava, e ridacchiava tra sè.
Un piede davanti all’altro davanti all’altro davanti all’altro…

S come amore

Era stanca.
Terribilmente, infinitamente stanca.
Desiderava solo di poter riposare un po’, appena un po’, ma non sopportava di, come si dice, essere stata relegata in un angolo. Sapeva bene di essere vecchia e forse anche inutile, ma le mancava tutto. Aveva una terribile nostalgia di quei giorni lontani in cui svolgeva le sue mansioni alla perfezione.
Era giovane allora, le sue ossa ancora non scricchiolavano, era giovane e bella, di quel colore dorato e liscio che in molti avevano ammirato, magari toccato, ma mai posseduto del tutto.
Finchè non era arrivato lui.
E allora era stato diverso, perchè l’aveva sistemata in una casa bellissima, nel centro della città. Come si ricordava bene di quel giorno in cui lui l’aveva portata in braccio su per le scale, la gioia provata in quel momento, rinnovata ogni volta che lui la toccava, sempre tirando quel sospiro di sollievo, come a sottolineare che era lì che voleva stare, lì tra le sue braccia, quando tornava stanco dal lavoro.
Poco importava che lui avesse già una figlia, non le interessava che la sommergesse sempre di cose da lavare o da stirare, lo faceva volentieri, davvero, le piaceva rendersi utile.
Ma col passare del tempo le cose erano cambiate.
La figlia, cresciuta, era andata via di casa, e quindi durante il giorno non le restava che aspettare il ritorno di lui. Ma lui nel suo abbraccio non era più tranquillo come una volta, si dimenava, nel suo grembo non riposava più bene come un tempo. La toccava sempre meno, appena arrivato si sdraiava sul divano o sul letto, senza quasi neanche guardarla. Certo, si era detta, anche lui sta invecchiando.
Ma adesso era troppo.
Aveva osato portare in casa un’altra, pensando che lei non vedesse, non capisse. Ma non era stupida, sapeva benissimo cosa l’aspettava. Sapeva di essere vecchia, sciupata, ma questo non se lo meritava. Per tanti anni gli era stata fedele e ora le faceva questo. Non era giusto, lei voleva solo riposare, ma capiva che così non poteva andare, doveva farla finita, perchè lui non poteva continuare ad usarla ed ignorarla come se quel lungo tempo insieme non fosse mai esistito, come se non si fossero mai amati e confortati a vicenda.
Basta.
La vecchia sedia a dondolo si sfondò.

 

 Dimenticare

“Vorrei addormentarmi e svegliarmi quando tutto questo sarà finito” aveva detto spesso. Chissà poi quanti prima di lei lo avevano pensato.
Mentre camminava per quel portico con triste dolcezza sentì la città. La sua città. E capì perchè in fondo non poteva partire davvero. Comprese in un attimo la storia dell’umanità, incatenata ad un eterno ritorno.
Tra una colonna gialla e l’altra, la luce del sole disegnava altrettante colonne ed altrettante arcate sul pavimento lucido a quadretti marroncini.
La sua mente andava, e scivolava inevitabilmente verso il futuro. Quello più lontano a cui potesse pensare. O verso il passato. Il presente non esisteva più, o era il suo pensiero che lo evitava e lo nascondeva.
I capelli raccolti in una coda di cavallo ondeggiavano al ritmo del suo passo e le facevano venire in mente il solletico di un mazzolino di margherite. Intanto, camminando in mezzo a tutto quel giallo di varia natura, sentiva la sua forza rinascere sotto le unghie dei piedi.
Seduta su un muretto c’era una bimba, vestita di rosso, che faceva le bolle di sapone.
Sono così belle le bolle di sapone. Alleggeriscono un po’ il cuore. Riflettono il sole e lo scompongono in qualcosa di ancora più colorato e allegro. Raccolgono anche il minimo raggio e risplendono come un occhio felice contro le nuvole grigie. In certi momenti puoi quasi vederci dentro un prato verde, o un’onda di mare blu, come se in quel soffio leggero la gente racchiudesse i suoi ricordi più belli.
Il dolore lasciava il posto a quella noia, che più che noia è voglia di grattarsi il cuore. Proprio così. Una cerniera tra una costola e l’altra, da aprire all’occorrenza per dare una grattatina. Niente di più, solo una grattatina con la punta del dito indice.
E tra una colonna e l’altra, come se niente fosse, il sole.
Un uomo in giacca e cravatta nella fretta la travolse. E non ebbe neanche il tempo di voltarsi un attimo per chiederle scusa. Proseguì nella sua corsa verso qualche impegno che sicuramente non valeva quanto la tranquillità di quel portico assolato. Quell’uomo le fece venire in mente il coniglio bianco col panciotto di “Alice nel paese delle meraviglie”. Quello del cartone animato, però, che il libro non lo aveva mai letto. Quello che correva con l’orologio in mano urlando che era tardi. Le scappò da ridere, perchè da piccola faceva sempre divertire la sua famiglia imitando il bianconiglio in giro per la casa, e il fatto che quest’uomo serio si comportasse come un bambino o ancora peggio come il personaggio di una storia delirante le sembrò il colmo del paradosso e della comicità.
Tra una colonna e l’altra il sole. E un sorriso. Il sole, e uno sguardo. Il sole, e una frase.
Mille frammenti annidati come palloncini sotto i portici di quella città in cui non potrà mai non ritornare.
Vide passare un autobus, uno di quelli con un numero molto alto che a volte vanno anche in campagna e lo prese.
Si sedette su un sedile rivolto all’indietro, vicino al finestrino. Qualche fermata dopo salì una vecchietta con mille sporte che si sedette di fronte a lei. Attaccò subito bottone, e lei stette al gioco, perchè la vecchia le ricordava tanto sua nonna e pensò che a lei sarebbe dispiaciuto se qualcuno fosse stato sgarbato con sua nonna.
La vecchia cominciò a raccontare di quando era giovane, che con le sue amiche andavano sempre a passeggiare intorno al castello-la vecchia era di Ferrara-, e loro ci andavano per farsi vedere dai giovanotti, ma poi si vergognavano e tenevano gli occhi bassi, e li sbirciavano con la coda dell’occhio.
Queste…quante?…cinque ragazze d’altri tempi, con l’ampia gonna a pieghe lunga fino al ginocchio, la camicetta stirata che tirava leggermente sul seno, reso un po’ troppo a punta dai reggiseni che usavano allora.
Le vide bellissime, sorridenti e luminose, proprio come le era sempre sembrata sua nonna nelle foto di quand’era giovane.
S’immerse talmente in questa immagine che si riscosse soltanto quando la signora la salutò perchè stava scendendo.
Guardò fuori dal finestrino e restò incantata dallo spettacolo.
Le nuvole grigie si interrompevano poco sopra la linea dell’orizzonte, ma in maniera tanto netta da sembrare tagliate con le forbici. Sotto si sprigionava un cielo dei più luminosi, con le nubi orizzontali che formavano delle striature di tonalità leggermente più scura. Sembrava un tramonto sul mare.

La formica

Un giorno, una formica, mentre era in giro a fare provviste, si imbattè nel cadavere di un grosso ragno. Subito lo afferrò e cominciò a trascinarlo verso il suo formicaio. E intanto pensava alla bella figura che avrebbe fatto con tutte le altre formiche.Un po’ si vergognava di questi suoi pensieri boriosi e cercava di mascherarli con un falso altruismo, convincendosi che il motivo per cui traeva tanto piacere da quel ritrovamento era che avrebbe risparmiato un sacco di lavoro agli altri, tanto era grosso il ragno. Ma non poteva non compiacersi e non poteva non pensare a quanti riconoscimenti, quanti elogi.Si vedeva già capovivandiere. Vedeva già realizzati i suoi sogni più insperati.
Si attardò, però, perchè voleva fare tutto da sola, per avere tutto l’onore per sè. Quando arrivò al formicaio erano già tutti addormentati. Le dispiacque che non ci fosse nessuno ad accoglierla, ma fece buon viso a cattivo gioco, pensando alle lodi del giorno dopo.
Fece un ultimo sforzo portando dentro il ragno e si coricò, piena di gloria e di sogni.
Durante la notte il ragno si svegliò e la mangiò.
 

 

THE CRYSTAL SHIP
La nave di cristallo
Liberamente tratto dalla canzone”The crystal ship”dei Doors

Una volta, ma io ero molto piccola, nel mio paese è successa una cosa incredibile. Proprio una di quelle cose che se ne parla per sempre, che resta sulle bocche di tutti, che anche se uno non c’era alla fine se ne fa un’immagine mentale così concreta in testa, che può raccontare la propria versione dei fatti in modo ancora più convincente.
Nel mio paese è successa proprio una di quelle cose lì, sapete, e per la precisione nel porto del mio paese, perchè una volta, proprio lì in quel piccolo porto di tutti i giorni, è arrivata una nave di cristallo.
E’ arrivata in una di quelle giornate strane in cui il cielo ed il mare sembrano toccarsi, tenersi per mano, fondersi l’uno nell’altro. Nessuno infatti sa dire bene se venisse dal cielo oppure dal mare, perchè, a dire tutta la verità, non sembrava una cosa proprio di questa terra.
La nave di cristallo è arrivata e si è fermata accanto al molo.
Il primo a vederla-o almeno così dicono-è stato un bambino, che i bambini , si sa, sono più attenti a quello che li circonda. Lui, insieme ad altri anche loro curiosi, si erano fermati a guardare fin da quando quell’insolito luccichio era ancora lontano.
Ad ogni modo, quando la nave attraccò, non c’era più modo di muoversi sul marciapiedi. I bambini si erano arrampicati sulle spalle dei passanti ed i più agili fin sui lampioni. Le finestre erano piene di facce stupite, alcune anche estranee alle mura domestiche, solo facce che si erano intrufolate per godersi meglio lo spettacolo. Non volava una mosca perchè qualunque commento sarebbe stato inutile, superfluo.
Gli occhi erano tutti rivolti verso lo stesso punto, come spilli appiccicati ad una calamita.
La nave era davvero elegante nella sua leggerezza accecante. I raggi del sole le passavano attraverso, scomponendosi in mille arcobaleni. Proprio in cima alla prua c’era una piccola stella, anche quella di cristallo e, proprio quella stella, sembrava essere la ragione di quella strana nave: guardandola il senso di stranezza passava dalla nave al resto del mondo. Non era più la nave ad essere diversa con tutto il suo cristallo, ma la terra, con il suo legno e le sue pietre.
Non so di preciso per quanto tempo quella nave sia rimasta ormeggiata nel nostro porticciolo e neanche come abbia potuto la gente venire a conoscenza dei suoi segreti, considerato che nessuno c’è mai salito a bordo, ma tutti mi garantiscono che questa che sto per raccontare è la verità, o perlomeno una sua versione verosimile.
La nave veniva da un paese lontano, in cui avevano impiegato anni ed anni per progettarla e costruirla fin nei minimi particolari, con particolare attenzione per la stella, che doveva essere fatta in modo tale da raccogliere più luce possibile e servire da faro alla nave, e per le vele, costruite con un cristallo finissimo e molto resistente. Era stata una gran festa quando la nave era salpata, perchè era il coronamento del sogno di tanti.
Molte persone erano salite a bordo, ma in particolare c’era salito un ragazzo.
Questo ragazzo abitava proprio nelle prossimità dei cantieri e salire su quella nave era sempre stato il suo sogno. Infatti la sua infanzia era trascorsa fra i mille finissimi lavori di molatura e sfaccettatura del cristallo. Si può dire che i suoi stessi polmoni non avessero mai respirato altro che polvere di cristallo. Si può dire che il suo primo vagito era risuonato sul primo scricchiolio della costruzione.
Arrivato il giorno della partenza baciò sua madre sulla fronte e salì tutto d’un fiato la passerella che portava a bordo. Non gli fu difficile correre al massimo della velocità, infatti non aveva con sé altro che i suoi vestiti. Non serviva biglietto per la nave di cristallo.
Appena raggiunto il ponte si guardò intorno per non perdere neppure un particolare di tutto quello splendore. Ma quei capelli biondo scuro raccolti delicatamente sulla nuca e quel semplice abito del colore della terra in autunno attirarono il suo sguardo ancora di più che la stella a prua. Come spesso accade ai giovani inclini a sperare, e soprattutto in giorni speciali che segnano una qualche svolta-reale o immaginata-nella vita, gli sembrò che da quella delicatezza e da quella semplicità dipendesse il suo futuro, e se non proprio tutto il futuro, almeno tutto ciò che si poteva aspettare da quel viaggio tanto atteso. Pieno di speranze aveva seguito quel vestito tra le pareti trasparenti, anche solo l’angolo sollevato dall’aria del movimento.
Lei scompariva dietro alle pareti, ma per riapparire subito un po’ più lontana, qualche corridoio più in là, qualche stanza più in là, o qualche chilometro più in là?
Se l’avesse persa di vista forse lui avrebbe rinunciato, ma questo suo eterno riapparire sembrava una sfida. E al tempo stesso un invito.
Le giornate erano belle su quella nave, che scivolava leggera, non si sa se nel cielo o nel mare. Belle ed incredibilmente lunghe nell’inseguire quel solo pensiero.
I giorni continuavano a passare però, e quella felicità iniziale cominciò a trasformarsi in sorda angoscia. Il sole che prima, passando attraverso quelle superfici trasparenti, gli dava gioia, ora gli sembrava troppo luminoso. Gli occhi gli facevano male, ma non poteva chiuderli, perchè lei correva troppo velocemente. Ad un ritmo folle.
E allora non riusciva a dormire, perchè continuava a chiedersi come mai, come mai ce l’aveva sempre davanti, a pochi metri, ma non riusciva a raggiungerla.
Un giorno però, inseguendo la scia colorata in mezzo a tutto quell’azzurro, si trovò in un corridoio. Non più angoli dietro cui nascondersi; non più porte trasparenti da chiudersi alle spalle; solo un corridoio. Un lungo corridoio di cristallo e laggiù, in fondo, ferma immobile che forse aspettava lui, eccola finalmente, ma qualcosa lo bloccò lui sentì che non poteva avvicinarsi, sentì che stava per succedere qualcosa di molto importante e che doveva aspettare. Lei era lì e cominciò lentamente a voltarsi e lui ebbe l’impressione che il cristallo stesse per creparsi. Cominciò lentamente e poi si voltò. Lo guardò negli occhi con uno sguardo di pioggia gentile e gli sorrise, e lui capì che non avrebbe mai potuto raggiungerla perchè quelle pareti trasparenti lasciavano intravedere molte cose, e in quel sorriso c’era un’irresistibile promessa di tristezza.
Passarono ancora molti giorni e, quando ormai la nave non era arrivata a destinazione e a bordo non c’era altri che loro, si incontrarono di nuovo. Questa volta camminavano l’uno verso l’altra.
Quando furono a poca distanza lui vide che lei sorrideva nello stesso modo di sempre, e allora allungò una mano per toccare quel viso che aspettava da non sapeva neanche più quanto, ma con stanchezza e paura si accorse che tra loro c’era un muro, un muro di cristallo finissimo e resistente.
Appoggiò le sue mani a quelle di lei,e le loro labbra seguirono quell’impulso. Quel bacio creò una possibilità, una luminosa possibilità di felicità. E poi lei si addormentò.

 

11 Risposte

  1. ooooo una nuova pagina!!
    ne leggo uno al giorno.

    PS: pericolosa questa tua decisione eh?! ;-)

  2. Scema…però mi sa che hai tristemente ragione… :-P

  3. Brave Violita! Sono molto felice che tu abbia seguito il mio suggerimento e non capisco perché ti dovresti vergognare dei racconti. Mis to un po’ impappinando coi verbi e con la tastiera.. aiuto! Ciao!
    Cri

  4. C’è qualcosa che mi ha colpito, mumble mumble…

  5. geniale quella della sedia!!!!che bella ^____^!!!!!

  6. @ Musicante: davvero? Sono molto curiosa…

    @ Patty: infatti è una di quelle di cui vado più fiera, poi te ne racconterò la storia!

    @ tutti: Grazie che mi leggete!!!!

  7. bellissime! quella della sedia e anche quella del ragno. hanno tutte il colpo di scena finale, bello davvero :D !
    brava violetttttttin!!!!:********!

  8. @selma:acci tesoro!

  9. rendo grazie alla cri!

  10. @NN: Addirittura???

  11. Bello il blog, belli i racconti. Grazie CRI!

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